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La storia di Mike

La storia di Mike
di Giorgia Salicandro

Canto e vita. Viene spesso in soccorso questo binomio se c’è da dare una voce e una storia all’armonia di emozioni che accompagna l’atto del cantare, un concetto tanto ripetuto da suonare a volte liso e scontato. Eppure, queste parole tornano immediatamente autentiche, vivide e brillanti se conosci la storia di Mike.
Come accade al suonatore Jones della canzone di Fabrizio De Andrè, chiunque ha a che fare con Mike sa che può chiedergli una canzone, e a lui piacerà lasciarsi ascoltare. Da quando è arrivato, gli intricati corridoi del Cara di Restinco sembrano il meccanismo di un enorme juke-box, e non c’è stanza, ufficio o cortile che non abbia il suo tasto d’accensione con una rosa di richieste ad hoc.
Le tradizioni della sua Nigeria, il rap, la sua prima passione, e poi il gospel a cui è approdato da grande. Glielo chiede chi come lui è partito per tornare a sentire il suono dell’Africa, glielo chiedono gli operatori, stupefatti da questa voce così profonda e così limpida insieme. Una delle sue insegnanti di italiano dopo averlo ascoltato è corsa a segnalarlo alla Onlus di cui fa parte, e tramite questa Mike è approdato ad Assisi, esibendosi al concerto di Natale andato in onda su Rai Uno.
Dal Cara è giunta voce dell’esistenza di questo straordinario cantante anche ai musicisti de La Répétition – Orchestra senza confini, che lo hanno invitato a partecipare a una delle sessions alle Manifatture Knos di Lecce.
E così, oggi il suono dell’Africa sui palchi battuti dall’Orchestra ha la voce di Mike, insieme a quelle “South addicted” di Claudio Prima e Claudia Giannotta.
Mike Eghe canta da quando era bambino. A suo padre piaceva il teatro, sua madre voleva che studiasse medicina, lui ha preso una laurea in Economia, ma la sua vera scelta è stata sempre la musica. Sul palco ci è salito da ragazzo e non è mai più sceso. In omaggio ai desideri della mamma, però, da artista si è fatto chiamare “Doctor”.
Eclettico e travolgente, si è presto guadagnato da vivere come master of ceremonies ed ha anche lavorato in un programma tv. Poi è arrivato il gospel, un richiamo che Mike ha sentito provenire dalla fede oltre che dalle note, e così è nata The Representatives, la band che canta a cappella nella quale Mike oltre a esibirsi scrive anche i testi. Ha un bel suono la vita di Mike. Una sera, però, l’accordo si spezza improvvisamente.
«Perché sono andato via? È una brutta storia – prende un respiro, fa un sorso al suo cappuccino, poi comincia a raccontare – io e il mio gruppo avevamo terminato uno show e stavamo tornando al nostro furgone quando abbiamo visto qualcosa che non avremmo dovuto vedere. Quella notte siamo stati trattenuti a lungo dalla polizia, uno dei musicisti è stato arrestato solo perché ubriaco. Tuttavia, sembrava finita lì. Non era così. Dopo qualche settimana è stato commesso un crimine nella nostra città, e la polizia ci ha accusati di essere noi i responsabili. Peccato che noi in quei giorni fossimo in tour. Un membro del mio gruppo è stato ucciso mentre tentava di scappare dagli agenti che volevano arrestarlo. Di un altro ragazzo si sono perse le tracce, e credo purtroppo che anche lui sia stato ucciso. C’è stata una grande rivolta da parte della nostra comunità, e durante la protesta un poliziotto ha perso la vita. È stata data la colpa a me. Ma io non ero in città, io mi nascondevo, ero terrorizzato. Ero abbastanza popolare, la mia faccia appariva spesso sui giornali, avrei potuto essere riconosciuto in ogni momento appena avessi messo piede fuori di casa. Sono andato avanti così per tre mesi, poi sono partito. Sono qui da un anno e mezzo».
Nel cerchio di suono delle sessions con La Répétition Mike mette da parte i ricordi e torna al sé più antico e autentico. Non ama raccontarsi, preferisce affidare a una sfumatura della voce il cortocircuito di emozioni che lo accompagna da quando è in Italia. C’è una canzone su tutte che parla per lui, “As a master”, un testo che richiama l’importanza di essere maestri del proprio percorso.
«I miei progetti? Voglio trovare un lavoro, sto studiando in una scuola di cucina dopo aver lavorato come volontario con un’associazione che segue le persone disabili. E voglio anche l’amore. Qui ho incontrato belle persone, calde e accoglienti, anche se, devo ammetterlo, qualche volta mi è sembrato di stare in America per il razzismo che ho respirato nell’aria. Per ora aspetto che mi venga riconosciuto lo status di rifugiato politico. Dopo, non so se vorrò restare in Italia. Di certo, ovunque andrò la mia bussola sarà la musica».
Il cappuccino è finito, e anche il tempo della nostra chiacchierata. «Per me – fa lui prima di salutare – la musica è come la vita, se non canto divento triste». E mentre va via fischiettando, queste ultime parole ci rimangono in testa. E pensiamo che sì, hanno un suono diverso, se conosci la storia di Mike.