Un Capodanno senza confini

di Giorgia Salincandro
da Immaginari K – Laboratorio di scritture indecise

www.manifattureknos.org

All’ingresso nella casa dell’ospite, a qualunque coordinata geografica il rito ha attecchito come una pianta dai molti steli, ma dalla radice comune. Che si superi la soglia di una tenda berbera o di una casa di carta giapponese, che sia l’impietoso caldo del Sud o il freddo polare a domandare una tregua, il benvenuto prevede un codice essenziale di due elementi: la voce e il cibo. L’una per aprire il varco attraverso il richiamo primigenio dell’uomo all’uomo, l’altro per trattenere il corpo e il cuore nel senso primordiale di una casa.
E così, anche alle Manifatture Knos il primo gennaio 2018 le molte comunità che popolano la città di Lecce si sono date il benvenuto l’un l’altra, in uno speciale rituale d’accoglienza che dimentica chi è ospite e chi è ospitato, per uno scambio reciproco di saluti, auguri e storie.
Il Capodanno dei popoli e della pace è stato per diversi anni un appuntamento molto amato e partecipato della nuova città che viene dal mondo. Abbiamo deciso di recuperae la tradizione e lo spirito per dare un ideale benvenuto al progetto “Knos Orchestra senza confini”, che sarà il protagonista del nostro 2018 tra musica, teatro, incontri culturali e altre variegate attività.
E così, abbiamo affidato la nostra voce a La Répétition, l’orchestra che ha preso corpo in questi mesi nelle jam session aperte a chiunque sapesse suonare uno strumento e avesse la curiosità di imparare, o di condividere le proprie conoscenze sulle sonorità del West Africa.
Insieme alla voce e al cibo, in Africa un terzo elemento chiude il cerchio del rituale d’accoglienza: la musica. Lì dove ritmo e note sono la lingua comune parlata dalla culla al capezzale, anche l’arrivo dell’altro ha il suo proprio codice fatto di mani che battono, corpi in salto, tamburi che rincorrono il cuore.
Potenti come un battito primordiale, anche sul palco delle Knos i tamburi segnavano inequivocabili il territorio della casa comune. Uno, due, tre: il quarto tempo sono i fiati a richiamare e smuovere chi è approdato qui. E poi il tintinnare del balafon, e il dumdum, e la dolcezza del kamele ‘ngony.
Una ragazza inizia a battere i piedi a terra e fa ondeggiare la schiena alla maniera del ballo africano. Intorno a lei si forma un cerchio d’occhi, che tuttavia resiste poco: un piede, un braccio, lo schiocco delle dita o una coda di capelli lasciata andare a tempo, e in breve anche chi è intoo al cerchio si muove, ognuno come può, ognuno come sente.
La festa è un movimento che si propaga e si insinua nello spazio sottostante, tra i banchetti e le pentole fumanti, il tapalapa senegalese e il riso delle Filippine, la zuppa indiana e i dolci al miele della tradizione Rom. Non ci sono chef, ma sorridenti padroni di casa che hanno trasferito il loro tinello qui, e riempiono ogni piatto con un mestolo di cibo dall’aroma misterioso e lontano e un capitolo diverso della propria storia.
Albania, Romania, Senegal, Marocco, Sri Lanka, Cuba, Kenia, Etiopia-Eritrea, India, Tunisia, comunità Rom e i richiedenti asilo dello Sprar di Lecce, riuniti dal Centro multiculturale “Etnos”. Intoo e insieme a loro, tantissimi salentini venuti ad assaggiare il gusto di una frittella speziata e di qualche domanda.
E seduti anche noi a un tavolino sgranocchiando mais piccante, ci sentiamo fieri di cominciare il nostro anno nel cuore del mondo che ci attraversa, e orgogliosi di essere parte di questo movimento buono, mentre giungono sempre più spesso echi di resistenze stagnanti che attecchiscono nel nostro Paese, e piuttosto che segnare capodanni tirano il tempo indietro, verso la fossa dei giorni.
Ma non possiamo indugiare ancora nelle nostre riflessioni. Sul palco è salito un gruppo di una ventina di uomini e donne indiani, qualcuno in abiti tradizionali, chi solo con il bindi dipinto sulla fronte. E con l’orchestra che continua a suonare, danno luogo a una divertente “occupazione” ballando anche loro come sentono, battendo le mani e ondeggiando le braccia in alto.
«Mi piace la sensazione di agio che si respira qui – riflette Mariangela Schito, che fa parte dello staff che coordina il progetto – l’idea che Knos sia un luogo accogliente, un luogo per tutta la città, con le sue diverse anime. È bastato spostare qualche tavolo perché lo spazio si animasse. In fondo è questo il nostro profilo: essere una coice aperta a molte attività senza bisogno di grandi allestimenti, perché vi si trova tutto l’essenziale per potersi esprimere liberamente».
La Répétition suona l’ultimo bis, sul palco restano un paio di tenaci ballerini, un po’ di briciole intorno, qualche numero di telefono segnato sul taccuino. E poi la curiosità di ritrovarsi per le strade della città, chiamandosi finalmente per nome.

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